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Sala 24 e 25
Dipinti del Settecento e Gaspare Landi

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Le due salette facevano parte di una serie di appartamenti a disposizione delle signore nobili al servizio della duchessa, che comunicano con le stanze sopra e sottostanti, usate come alloggi; erano accessibili attraverso la scala a chiocciola con pozzo centrale che garantiva l’arrivo dell’acqua a tutti e cinque i piani ammezzati fuori terra. Le sale prospettano verso nord, dove esistevano gli orti farnesiani fino alle mura, limite ancora oggi visibile.
 

Erano anche collegate con l’appartamento affrescato da un terrazzo oggi scomparso di cui rimane traccia in un balcone di pietra. Esse disponevano di un passaggio rapido tra ballatoio della scala e salotto grande, cioè di una passarella (andarino) in legno, ora ripristinata, da un elemento funzionale sostitutivo. Questi tre collegamenti ci attestano come nord-ovest tutto il palazzo soddisfasse le necessità quotidiane della vita di corte.

sala 24 Le due salette ospitano alcune opere del Settecento e del primo Ottocento e indicano il cambiamento del gusto e della rappresentazione pittorica: Il Ritratto del Cardinale Francesco Landi Pietra (eseguito dal marchigiano S.Ceccarini) il curioso paravento a quattro ante con figure femminili rappresentante Quattro segni zodiacali. La Santa Cecilia di Sebastiano Galeotti che fu eseguita per i padri Teatini di San Vincenzo

Mosè salvato dalle acque attribuito ad Onorio Marinari, tema affrontato con serena e aggraziata disposizione di figure muliebri. La breve rassegna di questa sala è conclusa da una tela di Gaetano Gandolfi (1734-1802) ultimo rappresentante dell’importante famiglia bolognese: Ulisse si sottrae all’incantesimo di Circe con l’aiuto di Mercurio  datata 1766), un’opera giovanile eseguita con grande sapienza per la resa luministica e per la contrapposizione dei volti.

La prima tela della saletta successiva è invece una delle ultime opere del Gandolfi (datata 1801); il tema è uno dei più drammatici in assoluto: Achille trascina il corpo di Ettore attorno alle mura di Troia. La scena, nonostante la crudezza dell’episodio, appare una interessante lezione di neoclassicismo per la bilanciata composizione delle figure e del carro con lo sfondo delle mura e per la finezza decorativa del carro e delle armature.

Di Gaspare Landi appare subito l’Autoritratto, una replica di quello inviato al granduca di Toscana ora a Palazzo Pitti. E’ dell’età matura, del momento di maggior celebrità del Landi, che si rappresenta senza l’apparato professionale di cui si circonda in altri casi, volendo qui rappresentare solo il suo volto e il suo sereno sguardo.

Sulle pareti laterali sono esposti ritratti di nobili piacentini, alle cui richieste il Landi si dedicava nei soggiorni in città. In quello di Caterina Anguissola viene privilegiata l’espressione dell’età giovanile e del bell’aspetto con la massima semplicità; in quello del marchese Ranuzio Anguissola da Grazzano con il figlio, l’attenzione è concentrata sull’accostamento di due figure eleganti e dagli sguardi vividi e fissi, due generazioni con intrinseca affinità; a lato è il ritratto di Bianca Stampa da Soncino, la moglie da Ranuzio, mentre suona alla spinetta una canzone del piacentino G.Nicolini; in quello del conte Giacomo Rota con il cane si ha un simile effetto di nobiltà di sentire e di elevata condizione sociale. Il grande quadro Gesù fra i dottori è un esempio di altissima qualità accademica, in cui il Landi esprime una tecnica eccezionale; il quadro (commissionato dal marchese Bernardino Mandelli, benefattore e mecenate) fu molto ammirato anche a seguito del fatto che i due enormi dipinti per la chiesa di San Giovanni in Canale di Piacenza rimasero esposti al Pantheon per quindici giorni nel 1808, per essere ammirati come modelli di perfetta fattura.
Il ritratto del Cardinale Angelo Mai (1820) di Carlo Maria Viganoni, allievo prediletto del Landi, che lo seguì a Roma. Il grande scopritore del codice latino del De Oratore di Cicerone è qui ritratto in tutta la sua monumentalità: la ricca veste, il tavolo di studio con il codice e una scultura antica, una sala della Biblioteca Vaticana. L’ultimo dipinto è il Gladiatore ferito di Lorenzo Toncini, un piacentino che andò a studiare a Roma, ma pur ammirando il grande Landi, non entrò nella sua bottega; volitivo e orgoglioso seguì un indirizzo tutto suo, senza passare per l’accademia neoclassica.

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