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Al primo piano del palazzo sono esposte le opere più significative della Pinacoteca, all’interno della quale è riservato uno spazio adeguato ai Fasti farnesiani. La Pinacoteca è formata da opere provenienti da chiese piacentine o da raccolte pubbliche; in particolare nella prima grande sala sono esposte due coppie di ante d’organo rinascimentali e una barocca, oltre ad altri dipinti compresi tra la fine del XVI secolo e la prima metà del successivo. Nella sala seguente si trova una bella antologia di dipinti soprattutto genovesi e fiamminghi, mentre in una saletta a parte è esposto il tondo del Botticelli Madonna adorante il Bambino con san Giovannino, opera preziosa sia per le caratteristiche estetico-formali sia per il contenuto. Nella Sala del Trono appaiono alcune importanti opere farnesiane, del Brescianino, del Tempesta e due capolavori di tema biblico di Ilario Spolverini. A quest’ultimo sono dedicate le altre tre sale, dove sono esposte i fasti di Elisabetta Farnese e alcuni dipinti di battaglie.

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Due salette sono dedicate al percorso finale della Pinacoteca, cioè al passaggio dell’arte dal Sette all’Ottocento: dai Fasti e dai lumi al romanticismo. Gaspare Landi è il personaggio chiave nell’arte italiana, e anche in quella piacentina, perché diffonde le forme e il sentire del neoclassicismo e gradualmente lo supera attraverso il ritratto, che diventa per lui un campo di indagine psicologica, in cui si colgono il tempo, la società, l’ansia dei tempi nuovi. Accanto a lui due opere del suo allievo prediletto, C.M. Vigagnoni, e del suo allievo mancato L. Toncini.

La pittura dal XVI alla metà del XVII secolo
La grande sala serviva da prima anticamera e veniva usata saltuariamente per le feste da ballo.
Un grande affresco farnesiano nella volta è contornato da figure che sostengono la cornice e il drappo sottostante.
Sono esposti dipinti su tela del XVI secolo, tra cui due ante d’organo di Santa Maria di Campagna (1530) di Piacenza eseguite dal cremonese Camillo Boccaccino e due ante d’organo di San Giovanni Evangelista di Parma (1546), eseguite dal parmense Girolamo Bedoli Mazzola cugino del Parmigianino. Le ante d’organo rimandano a una proposizione artistica di grande respiro rinascimentale, con personaggi imponenti: il profeta Isaia e il re Davide, le allegorie di Pitagora e di Euclide, più naturalistici e raffinati con sensitività veneta i primi due, più anatomicamente caratterizzati e immensi nella logica michelangiolesca i secondi, pur con raffinatezza manieristiche.
Al cremonese Giovanni Battista Trotti detto il Malosso appartengono le due pale Madonna con Bambino e santi (1599) e Cristo e la Beata Vergine intercedenti (1603). Di recente acquisizione, una nuova tela raffigurante l’apparizione della Vergine a San Francesco della scuola di Malosso.

Sono significative perché interpretano un momento di passaggio della figurazione artistica della "sacra conversazione" rinascimentale, qui ormai compassata e pieni di citazioni dotte, all’apertura verso uno spazio già barocco.
Nella seconda area della grande sala sono esposti i dipinti del primo Seicento, a parte le due allegorie dell’Astronomia e della Musica (1590) di Jan Sons, pittore della corte farnesiana che ripropone in toni delicati e in pose celebri e manieriste figure e strutture di forte efficacia scenica.
Un ruolo importante occupa la tela del San Luca (1611) del parmense Giovanni Lanfranco per il Collegio dei notai di Piacenza, opera di grande intensità attraversata da una sensibilità religiosa carraccesca e da una ricerca realistica caravaggesca: è infatti raffigurato l’evangelista colto che è però bisognoso dell’ispirazione divina.
Accanto ad esso la Vestizione di Santa Chiara eseguita da un artista di buona formazione caravaggesca dei primi del XVII secolo.
Altre due ante d’organo del cavalier Ferrante bolognese, Salomone e la Regina di Saba (1653), che si incontrano, ripropongono un tema biblico celebre e nobile e sono risolte in un cerimonioso portamento con prevalente attenzione al panneggio denso e scuro. Anche queste opere di grande dimensioni si adattano alla vasta spaziosità della sala.

La pittura lombarda e genovese dal Seicento
Era la seconda anticamera, detta camera dei Cavalieri, comunicava con le salette che ospitavano la nobiltà al servizio della duchessa. Nella volta una

grandiosa prospettiva con allegorie agli angoli e due piani architettonici il cui centro è attraversato dal Carro dell’Aurora.
Un ritratto di nobile signore (1630) attribuibile a Justus Sustermans, pervenuto nella sua splendida cornice, richiama il bel mondo ricco ed elegante del primo Seicento. La grandiosa pala del lombardo Carlo Francesco Nuvolone, la Purificazione (1645) è di alto tono, ambientata in un ampio spazio architettonico.
Il dipinto fu commissariato dal Collegio dei mercanti di Piacenza, l’organismo economico più potente del ducato. A lato un Davide con la testa di Golia di un pittore caravaggesco che si firma L.S.G., un argomento drammatico qui addolcito da raffinatezza. Una piccola tela con San Giovanni Battista, assegnabile alla cerchia di G.B. Castello, introduce la corrente artistica genovese.
Quattro dipinti di Giovanni Battista Merano (morto a Piacenza nel 1698) preannunciano la forte presenza dei genovesi nella sala, come anche nella cultura artistica piacentina. Lo svenimento di Maria sotto la croce (1673) presenta toni corruschi e gesti strazianti che richiamano alcune celebri opere genovesi. L’adorazione dei Magi (1685) risale alla piena maturità dell’artista, che lavorò per il duca Ranuccio II nella metà degli anni Ottanta, quando rischiarò la sua tavolozza accostandosi alla prospettiva e alla coloritura vivace veneta.
Le due tele Salomone adora gli idoli (1673) e il Convito di Baldassarre (1683) sono affiancati per questioni stilistiche; non hanno quella forza coinvolgente che il pittore impiega in altre opere, ma si mantengono in un ambito narrativo-descrittivo, con attenzione cromatica agli oggetti, ai costumi, alle fluidità.


Nella seconda parte della sala si possono vedere dipinti della seconda metà del Seicento, di cui alcuni fiamminghi: una Fiera di cavalli ricondotto a Peter Bout, un San Gerolamo (1643) commissionato dai marchesi Serafini di Piacenza al pittore Cristoforo Storer oriundo di Costanza e allievo di Ercole Procaccini a Milano; Roberto De Longe, che si stabilì a Piacenza nel 1860 e fu prolifico di opere in chiese e palazzi, si espongono qui un San Giuseppe con il Bambino.
Agar nel deserto
e il Sacrificio di Isacco che vengono risolti dal fiammingo in forme classicistiche.
Un altro importante dipinto è quello raffigurante San Bernardo allattato miracolosamente dalla Madonna (1643), opera di Domenico Fiasella, commissionato ‘per la chiesa teatina di San Vincenzo da Bernardo Morando, il celebre letterato genovese trasferitosi a Piacenza in età giovanile. Il Fiasella, il pittore ufficiale della Repubblica di Genova nei decenni centrali del secolo, offre qui un esempio del suo corso in cui smorza il rigore e i lucori della pittura circostante, con un ammorbidimento dei toni e delle forme.
Un altro importante dipinto è il Miracolo di San Carlo di Alessandro Tiarini, eseguita con grande maestria nella disposizione delle diverse figure e nella descrizione dei particolari in tinte fredde. Una piccola bella tavola rappresentante Venere e Amore (1620 circa) dell’olandese P. Moreelse richiama la diffusione in ambiente privato delle opere di cavalletto e di tema profano.

Il tondo del Botticelli
Questa saletta e quella annessa erano riservate al personale di cerimonia, che accompagnava gli ospiti all’udienza della duchessa.
Vi è esposto il tondo di Sandro Botticelli, raffigurante la Madonna adorante il Bambino con San Giovannino, l’opera più celebre del Museo, che è stata collocata in uno spazio autonomo in quanto antecedente al percorso artistico dal XVI al XVIII secolo.
Il soggetto è di invenzione botticelliana, costruito su una testimonianza apocrifa di G. De Cauli da San Gimignano (1300) perché vi è inserita la figura di san Giovannino adorante.
La mano diretta del Botticelli si avverte, oltre che nell’impianto generale nella Madonna e nel Bambino, ritratti in un intenso ricambio di sguardi, anche nel paesaggio di tipo leonardesco.
Il gesto del Bambino rimanda alla circoncisione e alla discendenza dalla tribù di Davide secondo i preannunci profetici.
Il san Giovannino è da considerarsi originale, anche se di mano di un aiuto, poiché alla sua figura vennero sovrapposte le foglie e l’aureola del Bambino. Il motivo di san Giovannino fu introdotto da Filippo Lippi verso1450, fu depurato e adottato per la prima volta dal Botticelli nella Madonna del Roseto del Louvre (1468) ed ebbe poi una rapida diffusione tra gli illustri compagni del Botticelli, cioè Leonardo e Perugino.
La meravigliosa cornice intagliata e dorata a lamina riprende la tipologia del dipinto rivolto alla fecondità, fortezza e salvazione.

Pittori alla corte farnesiana: Brescianino e Spolverini
Questa era la "Stanza di udienza" della duchessa, che vi riceveva ospiti e addetti al disbrigo dei suoi affari. L’affresco della volta è un colonnato verde con vasi di fiori e festoni di foglie e frutti, riprese nelle fasce delle finestrature. Inizia in questa sala un percorso con opere di diretta appartenenza farnesiana, forse in parte esposte nello stesso palazzo fino al 1735, prima di essere portate a Napoli presso Carlo di Borbone; furono restituite in deposito al Comune di Piacenza nel 1928. Due Burrasche con navi alla deriva riflettono il gusto e la moda dell’orrido e dello spaventoso della seconda metà del XVII secolo che determinarono un nuovo genere, quello della "borasca" o della "marina" con pittori specializzati.
La prima di queste opere potrebbe essere attribuita al Brescianino (Francesco Monti), pittore della corte farnesiana mentre la seconda al Tempesta, che lavorò a Piacenza tra il 1680 e il 1685. Anche gli altri due dipinti sui pannelli opposti sono l’esempio di un altro genere pittorico, quello delle battaglie. Il Brescianino fu uno specialista, un battaglista, che lavorò maggiormente con fini decorativi. E’ presentata anche una tela dipinta a monocromo, rappresentante uno scontro tra cavalieri che in origine venne utilizzata nel sottostante appartamento stuccato come paracamino nella bella stagione.
Nella seconda area della sala sono esposti due dipinti biblici, tra cui Giosuè ferma il sole, di dimensioni gigantesche. Lo spettacolare effetto di questa scena, brulicante diarmati e di cavalli è l’illuminazione pittorica del fondo attuata dall’irradazione di un sole crepuscolare sull’immensa pianura, con Giosuè a cavallo che induce a continuare il cambattimento e che invoca l’arresto del sole permettendo al popolo di Dio di vincere gli Amorrei.

L’altra tela raffigura Il popolo Ebreo condotto da Mosè e Aronne: l’aspro scontro della battaglia è costruito con un moto flessuoso e ondulatorio che parte dai piedi della rupe, su cui Mosé con insegne sacerdotali eleva la sua preghiera e scorre lungo la pianura delimitata da una città.

Fasti farnesiani
Questa era l’anticamera dell’alcova ed era rivestita da tappezzerie di broccato come le precedenti. L’affresco della volta rappresenta una prospettiva con coronamento dorato e a greca e con due sfondati di cielo, vasi di fiori e pavoni.
La decorazione è ripresa nelle strombature delle finestre recentemente restaurate. A partire da questa sala il filone della quadreria farnesiana converge sui Fasti di Elisabetta Farnese, divenuta regina di Spagna nel 1714, concludendo con gran finale lo sviluppo del casato iniziato nel 1538, con il celeberrimo matrimonio tra Ottavio e Margherita d’Austria, figlio di Carlo V imperatore. Il dipinto più importante si riferisce al momento finale dei Fasti di Elisabetta (qui collocato per ragioni di funzionalita di allestimento) e precisamente il Congedo di Elisabetta dalla corte avvenuto al Passo Cento Croci nell’Appennino parmense. A lato un Campo di battaglia, con scene pietose di aspro verismo, dove lo Spolverini si dimostra ancora una volta pittore virtuoso, oltre che versatile.
Sulla parete nord quattro dipinti della serie piccola, allusivi alle imprese diAlessandro e di Francesco Farnese.

 

Fasti farnesiani
Stanza dell’alcova o camera da letto della duchessa, luogo privato, ma anche aperto anche alle visite dei conoscenti stretti della duchessa. L’affrescatura in tinte dorate è ora piuttosto deperita, ma suggerisce ancora l’eleganza della decorazione; nel secondo vano è richiamata la favola di Amore e Psiche.
Sono esposti alcuni Fasti della serie piccola rappresentanti imprese di Alessandro nelle Fiandre, recentemente ottenuti in deposito dal Museo di Capodimonte. Pur essendo notevolmente rovinati, mantengono un ragguardevole rilievo storico e iconografico.

Fasti farnesiani
Analogamente alla sala sottostante, era denominato "Quadrone", ed era il "salotto diffeso dalla stagione calda et dalla fredda" come lo aveva definito il Vignola nel progetto originale per l’adiacenza dei due cavedi (cortile interno). Serviva come luogo di svincolo e raramente era usato per cene di tutta la famiglia ducale. Due ovali rimandano ai Fasti di Paolo III che nomina il figlio Pierluigi Gonfaloniere della Chiesa e poi duca di Piacenza e Parma. Gli eventi sono ambientati negli aloni rossi, papali che Sebastiano Ricci aveva già indovinato per l’alcova stuccata. Nella sala è esposto il nucleo, di maggiore rilievo dei Fasti, a partire dalla colossale tela composta in tre parti dell’Ingresso del cardinale Gozzadini in Parma, suddivisa in tre settori: un cielo di

intenso azzurro, le quinte architettoniche sulla strada dalla Porta di Santa Lucia e lo sviluppo delle figure del corteo che si snoda dal fondo con carrozze e cavalieri per distendersi in primo piano. Vi è raffigurata la parte centrale del corteo per le nozze tra Elisabetta Farnese e Filippo V di Spagna, celebrati per procura nel duomo di Parma;
Le grandi tele del matrimonio di Elisabetta sono cinque, di cui due a Piacenza, due a Parma (Municipio) e una a Caserta (Reggia), tutte dipinte a Piacenza tra il 1717 e il 1723, probabilmente nella stessa sede di Palazzo Farnese, l’unica con ambienti attrezzabili per dipingere tele con 4-6 metri di base. Pur avendo sofferto, il dipinto è di grande qualità.
L’altro grande quadro, già attribuito al Brescianino, rappresenta l’Ingresso di Carlo di Borbone in Parma (1732), e denota una doppia mano: quella dello Spolverini, peraltro visibilmente imprecisa e stanca, e quella di uno scenografo che inserisce la sagoma della chiesa, apparato trionfale ed effimero, nella moltitudine delle figure.
Tra le più riuscite di tutti i Fasti Spolveriniani ci sono proprio quelle dell’incontro dei cardinali Gozzadini (inviato del Papa) e Acquaviva (inviato del re di Spagna) a corte con il duca Francesco ed Elisabetta, dove si notano il piacevole recitativo dei gesti e la freschezza del colore. Sono dipinti un po’ decorativi, con gesti pronunciati e sinuosi, inchini e riverenze, a volte marcate. La finezza dello Spolverini si vede però nell’accostamento dei colori e nell’accensione dei bianchi vaporosi. Gli incontri tra il duca ed Elisabetta e i cardinali hanno un valore storico, ma sono più simbolici che realistici. Dipinti del Settecento e Gaspare Landi
Le due salette facevano parte di una serie di appartamenti a disposizione delle signore nobili al servizio della duchessa, che comunicano con le stanze sopra e sottostanti, usate come alloggi; erano accessibili attraverso la scala a chiocciola con pozzo centrale che garantiva l’arrivo dell’acqua a tutti e cinque i piani ammezzati fuori terra. Le sale prospettano verso nord, dove esistevano gli orti farnesiani fino alle mura, limite ancora oggi visibile. Erano anche collegate con l’appartamento affrescato da un terrazzo oggi scomparso di cui rimane traccia in un balcone di pietra. Esse disponevano di un passaggio rapido tra ballatoio della scala e salotto grande, cioè di una passarella (andarino) in legno, ora ripristinata, da un elemento funzionale sostitutivo. Questi tre collegamenti ci attestano come nord-ovest tutto il palazzo soddisfasse le necessità quotidiane della vita di corte.
Le due salette ospitano alcune opere del Settecento e del primo Ottocento e indicano il cambiamento del gusto e della rappresentazione pittorica: Il Ritratto del Cardinale Francesco Landi Pietra (eseguito dal marchigiano S.Ceccarini) il curioso paravento a quattro ante con figure femminili rappresentante Quattro segni zodiacali. La Santa Cecilia di Sebastiano Galeotti che fu eseguita per i padri Teatini di San Vincenzo.
Mosè salvato dalle acque attribuito ad Onorio Marinari, tema affrontato con serena e aggraziata disposizione di figure muliebri. La breve rassegna di questa sala è conclusa da una tela di Gaetano Gandolfi (1734-1802) ultimo rappresentante dell’importante famiglia bolognese: Ulisse si sottrae all’incantesimo di Circe con l’aiuto di Mercurio (datata 1766), un’opera giovanile eseguita con grande sapienza per la resa luministica e per la contrapposizione dei volti.La prima tela della saletta successiva è invece una delle ultime opere del Gandolfi (datata 1801); il tema è uno dei più drammatici in assoluto: Achille trascina il corpo di Ettore attorno alle mura di Troia. La scena, nonostante la crudezza dell’episodio, appare una interessante lezione di neoclassicismo per la bilanciata composizione delle figure e del carro con lo sfondo delle mura e per la finezza decorativa del carro e delle armature.
Di Gaspare Landi appare subito l’Autoritratto, una replica di quello inviato al granduca di Toscana ora a Palazzo Pitti. E’ dell’età matura, del momento di maggior celebrità del Landi, che si rappresenta senza l’apparato professionale di cui si circonda in altri casi, volendo qui rappresentare solo il suo volto e il suo sereno sguardo.
Sulle pareti laterali sono esposti ritratti di nobili piacentini, alle cui richieste il Landi si dedicava nei soggiorni in città. In quello di Caterina Anguissola viene privilegiata l’espressione dell’età giovanile e del bell’aspetto con la massima semplicità; in quello del marchese Ranuzio Anguissola da Grazzano con il figlio, l’attenzione è concentrata sull’accostamento di due figure eleganti e dagli sguardi vividi e fissi, due generazioni con intrinseca affinità; a lato è il ritratto di Bianca Stampa da Soncino, la moglie da Ranuzio, mentre suona alla spinetta una canzone del piacentino G.Nicolini; in quello del conte Giacomo Rota con il cane si ha un simile effetto di nobiltà di sentire e di elevata condizione sociale. Il grande quadro Gesù fra i dottori è un esempio di altissima qualità accademica, in cui il Landi esprime una tecnica eccezionale; il quadro (commissionato dal marchese Bernardino Mandelli, benefattore e mecenate) fu molto ammirato anche a seguito del fatto che i due enormi dipinti per la chiesa di San Giovanni in Canale di Piacenza rimasero esposti al Pantheon per quindici giorni nel 1808, per essere ammirati come modelli di perfetta fattura.
Il ritratto del Cardinale Angelo Mai (1820) di Carlo Maria Viganoni, allievo prediletto del Landi, che lo seguì a Roma. Il grande scopritore del codice latino del De Oratore di Cicerone è qui ritratto in tutta la sua monumentalità: la ricca veste, il tavolo di studio con il codice e una scultura antica, una sala della Biblioteca Vaticana. L’ultimo dipinto è il Gladiatore ferito di Lorenzo Toncini, un piacentino che andò a studiare a Roma, ma pur ammirando il grande Landi, non entrò nella sua bottega; volitivo e orgoglioso seguì un indirizzo tutto suo, senza passare per l’accademia neoclassica.
 
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