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Nel successivo grande ambiente sono documentate le culture più antiche
da ca. 100000 anni fa all’avanzato IV millennio a. C.
Nelle vetrine si susseguono reperti del Paleolitico inferiore, medio e superiore
pertinenti soprattutto alla frequentazione della fascia pedecollinare; di grande
interesse sono i prodotti delle officine per la lavorazione del diaspro sul
Monte Lama.
Un’esemplificazione di strumenti microlitici, destinati ad essere fissati
ad un supporto di legno od osso, provengono dai siti mesolitici, individuati
nelle zone interne dell’Appennino, in cui si sperimentano forme economiche
di transizione dalla predazione alla produzione.
Risalto particolare, grazie alla comparsa della ceramica, assumono gli insediamenti
neolitici della Val Trebbia. Le vetrine dedicate a Casa Gazza mostrano uno
dei complessi vascolari più consistenti e significativi del Neolitico antico
dell’Italia settentrionale e una nutrita campionatura dello strumentario
litico in uso. Pochi elementi di Neolitico medio sono esposti nella vetrina
del Groppo di Vaccarezza, insieme a noduli, semilavorati e oggetti finiti
di steatite,
materia prima tipicamente appenninica, impiegata dalla preistoria al Medioevo.
Dalla prima campagna di scavi a S. Andrea, un villaggio del Neolitico recente,
si segnalano il vasellame ceramico, le punte di freccia a tranciante trasversale
e la presenza di ossidiana importata da Lipari.
Conclude il percorso la raccolta di Bernardo Pallastrelli, che per primo
in ambito locale si interessò al periodo preromano e si fece promotore dell’istituzione
di un museo che raccogliesse le più antiche memorie locali.
La seconda sezione "Dal fuoco il metallo" dà conto
delle culture, dell’organizzazione
economico-sociale e del mondo spirituale dei gruppi umani insediati durante
le età del Rame
e del Bronzo (3400-900 ca. a. C.).
Agli scarsi manufatti riferibili all’età del Rame segue un
piccolo spazio dedicato al Bronzo antico con i due splendidi pugnali scoperti
presso
il in comune di Castelsangiovanni.
Le ceramiche e gli oggetti in bronzo e osso dell’abitato su palafitta di
Chiaravalle della Colomba indicano l’avvio dell’occupazione della
pianura prima dell’esplosione demografica del pieno Bronzo medio e del
Bronzo recente che portò alla costruzione di un gran numero di terramare.
I caratteri della cultura terramaricola emergono dall’esposizione dei materiali
scavati nell’Ottocento da Luigi Scotti a Colombare di Bersano, Rovere di
Caorso, Castelnuovo Fogliani e Montata dell’Orto, cui fanno seguito nuclei
tematici relativi alle diverse attività svolte all’interno delle
comunità. Alcuni oggetti d’adorno testimoniano inoltre l’impiego
di materie prime pregiate, come le conchiglie e l’ambra.
Dopo uno sguardo alle pratiche funerarie, catturano l’attenzione cinque
spade di bronzo gettate nel Po come offerte votive alla divinità fluviale.
L’interesse si sposta quindi su aspetti coevi, ma culturalmente diversi,
rilevati in area appenninica; dal sito del Groppo di Vaccarezza proviene anche
un interessante complesso di ceramiche datate al tardo Bronzo Finale, nel quale
si inquadra anche il bracciale multiplo costituito da otto armille a capi aperti
(disperse in diversi Musei), rinvenuto a Zerba e presentato in calco.
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Nel torrione, in posizione
appartata, è stato allestito il Fegato etrusco, modello
in bronzo di un fegato ovino, rinvenuto nel 1877 a Ciavernasco
di Settima (Gossolengo).
E’ un documento unico della dottrina religiosa etrusca, la cui funzione è connessa
all’epatoscopia (interpretazione del volere divino mediante l’osservazione
del fegato di un animale sacrificato).
La faccia piana, con tre protuberanze che riproducono elementi anatomici, è suddivisa
in 38 caselle con iscritti nomi di divinità in lingua etrusca. |
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Il nastro perimetrale di 16 caselle
riproduce i settori del cielo, orientati secondo gli assi cardinali
e raggruppati in quattro sezioni, riferite ai diversi livelli
del cosmo: cielo, acqua, terra, inferi. Seguendo l’orientazione
a sud peculiare della religione etrusca, la parte sinistra
del cielo (corrispondente a quella destra dell’oggetto)
era occupata da divinità favorevoli, quella destra invece
era considerata ostile.
Sull’altra faccia, convessa, è resa a rilievo la nervatura: ai suoi
lati compaiono, con chiaro riferimento astronomico, i nomi del sole (Usil) e
della luna (Tivr). La cronologia tarda del Fegato che si ritiene realizzato in
Etruria settentrionale tra la fine del II e gli inizi del I secolo a. C., ne
spiega la complessa stratificazione: vi si colgono l’evoluzione della dottrina
religiosa e scientifica etrusca, influssi delle concezioni filosofiche e astrologiche
greche e richiami all’epatoscopia babilonese-caldea, cui rimanda la presenza
di due segni arcuati incisi nella parte sinistra della faccia principale, il
manzâzu (presenza) e padânu (sentiero), considerati indispensabili
per l’ispezione delle viscere. |
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